Lo scopo della manifestazione è quello di scuotere l’opinione pubblica, portando all’attenzione della Regione Campania e di tutta la politica regionale e territoriale il disagio, non solo degli operatori sanitari, ma anche della popolazione che “subendo le lunghe liste d’attesa, perde a poco a poco la fiducia nel servizio pubblico. E’ a quel punto che si vede costretta a rivolgersi al privato, facendo lievitare gli stessi costi della sanità“.
Caro Giuseppe , la tua passione per scoprire i meandri delle viscere della terra è la stessa con la quale ti sei impegnato a scoprire e cercare di risolvere le problematiche della nostra amatissima professione, attraverso il tuo e nostro impegno sindacale. Un macigno ti ha travolto senza scampo. E senza scampo sono state le possibilità di salvezza, tanto ti eri addentrato in quella grotta. Grazie per il tuo impegno per gli infermieri! Ti ricorderemo per sempre insieme alle nostre battaglie quotidiane per l'infermieristica.
Il Direttivo Nazionale e le Segreterie Provinciali NURSIND
SPELEOLOGO COLPITO E UCCISO DA UN MASSO IN UNA GROTTA, INUTILI I SOCCORSI
L’uomo, 56 anni, ha riportato un forte trauma alla testa ed è morto nonostante l'intervento del medici. La salma deve essere portata in superficie. Il fatto è avvenuto nel Sulcis
di Tamara Peddis
IGLESIAS. E’ stato colpito da un masso mentre risaliva dalla grotta dove si era calato ieri pomeriggio nelle campagne tra Gonnesa e Barega. Per lo speleologo Giuseppe Cuccu, 56 anni, infermiere professionale di Gonnesa, non c’è stato purtroppo nulla da fare. E’ morto per un trauma cranico causato da un grande masso che si è staccato dal cunicolo tortuoso dove si era calato ieri mattina per un'escursione in grotta, in località Monte Onixeddu, insieme ai suoi compagni dell’associazione speleologica Meta Cave di cui Giuseppe Cuccu era presidente. Il gruppo è risalito, ma lo speleologo è rimasto per ultimo e durante la risalita in superficie, il masso si è staccato dalla parete della grotta e gli è andato addosso, non lasciandogli scampo.
Il fatto è accaduto intorno alle 15. Per trarre in salvo lo speleologo sono intervenuti gli uomini del Soccorso Alpino con i gruppi di emergenza, coordinati da Alessandro Molino. I soccorritori si sono calati nella cavità per verificare direttamente le condizioni dell’uomo, colpito violentemente sul volto dal masso. Purtroppo non c’è stato più nulla da fare. I sanitari hanno constatato il decesso già all’interno della grotta. Le operazioni per riportare il corpo in superficie hanno richiesto diverse ore.
Giuseppe Cuccu, molto conosciuto nel suo paese e nell’Iglesiente, lascia due figli e la compagna. L’uomo era un grande appassionato di speleologia e dopo tanti anni di escursioni e studi, aveva fondato l’associazione Meta Cave a Gonnesa, circa un anno fa.
Ti prende un crampo allo stomaco, e ti senti tra l'incredulo ed il rincoglionito. Caro amico mio non potrò mai dimenticare gli anni di lavoro fianco a fianco tra incazzature e spazi per gli infermieri da conquistare a spallate (e c'era ancora il mansionario...), ma nemmeno le sciate e le partite a calcio con i medici che perdevano sempre e pagavano sempre loro. Quanti ricordi che si affollano ora. Il più vivo è quello del giorno che sei tornato nella tua amata Sardegna, ci siamo abbracciati e piangevamo come due bambini. Amicizia vera. Ora stammi bene lassù, prepara la squadra che quando sarà il mio momento giocherò con te contro i cherubini tanto...pagheranno sicuramente loro. Nicola Fortunato
Prosegue il caos nei pronto soccorso della Capitale con il personale costretto a ritmi impossibili e i pazienti in attesa di ricovero in condizioni davvero precarie, insicure e non dignitose. Fino al caso limite del San Camillo, con i malati curati a terra sui materassi. «Ci vogliono risposte non solo riguardo all’assunzione di cinque unità infermieristiche con contratto atipico (già promesse) - spiegano dalla segreteria aziendale Nursind San Camillo-Forlanini, che nel frattempo continua l’occupazione della direzione generale dell’ospedale - ma anche un intervento deciso e serio da parte della Regione riguardo lo sblocco del turn-over». Anche l’Anaao Assomed scende in campo nella vicenda San Camillo, «stiamo preparando un esposto alla Procura sulle gravissime criticità presenti in tutti gli ospedali del Lazio».
Il racconto «Lunedì sono arrivato al pronto soccorso con forti dolori addominali, ero disperato. Dopo tre ore infernali di attesa sono stato visitato e curato con gli antidolorifici. I lettini e le poltrone erano tutti occupati, così come le barelle delle ambulanze: tutte piene. A quel punto l’unica soluzione è stata quella del materasso a terra», è il racconto di Giancarlo Marchesi, 56 anni, impiegato e ricoverato al San Camillo dopo un accesso al pronto soccorso a ostacoli. È lui infatti uno dei pazienti curati a terra. «Mi contorcevo dai dolori, così come un’altra signora arrivata con i calcoli renali: anche per lei la soluzione finale è stata il materasso - aggiunge Giancarlo - Sicuramente in quelle condizioni non potevamo stare seduti su una sedia di plastica o su una poltroncina. Il personale medico e infermieristico ha fatto tutto quello che poteva con i pochi mezzi a disposizione. Quando ho sentito parlare da parte della Regione di foto manipolate ho sentito il dovere di raccontare che di finto qui non c’è nulla». «È inutile cercare colpevoli o dare la caccia alle streghe - spiegano Stefano Barone, Raffaele Piccari e Marco Lelli della Nursind - È anche grazie allo scatto di questo cittadino che la verità è uscita fuori: non bisogna censurare o ancor peggio minacciare di denunciare casi come questi ma piuttosto incentivare segnalazioni simili per poter intervenire e migliorare le condizioni degli ospedali e soprattutto dei pronto soccorso. È giunto il momento di trovare soluzioni senza spostare il problema da una parte all’altra».
L’esposto «Abbiamo formalmente inviato un esposto circostanziato alla Procura della Repubblica - dice il consigliere regionale e componente della commissione Salute, Fabrizio Santori - sui gravi fatti che si stanno susseguendo nei vari Pronto Soccorso della Capitale con particolare riferimento al San Camillo, iniziativa tesa a denunciare una vera e propria emergenza che sta arrecando grave disagio ad operatori e pazienti. Ora auspichiamo tempi brevi che consentano di verificare tutte le omissioni e le violazioni commesse e l’accertamento delle specifiche responsabilità». «Si tratta - prosegue il consigliere - di un esposto differente da quello presentato dalla Regione che, tra smentite e minacce di querela, cerca solo di nascondere l’emergenza. Un atteggiamento di una gravità inaudita, oltre che incoerente e ingiusto, anche perché altrimenti nell’esposto sarebbe doveroso citare anche l’ex consigliere regionale Esterino Montino che, proprio nel febbraio 2012, affermava che al pronto soccorso San Camillo vi fosse una situazione al limite della vergogna, proseguendo nel dichiarare che c’erano le foto sul sito del Gruppo Pd alla Regione».
Sette gruppi di grillini, formati da un consigliere regionale, un parlamentare, un consigliere comunale e un esperto legale hanno girato a sorpresa negli ospedali di Roma e del Lazio, da Viterbo a Formia, trovando pochi medici e infermieri oberati di lavoro, persone in barella nei corridoi in attesa di un letto e ambulanze ferme. in poche parole, il piano della Regione non funziona, oppure serve altro. Il blitx è alla maniera dei guastatori a Cinque Stelle. Minuto per minuto consiglieri e parlamentari fanno i loro resoconti in diretta su facebook e twitter all’hashtag #m5soccorso. Servirà a qualcosa? Sono le 9.20 del mattino quando Alessandro Di Battista, parlamentare del Movimento 5 Stelle, e Davide Barillari, responsabile Sanità M5S alla Regione Lazio, mettono piede nel pronto soccorso del San Filippo Neri. I problemi sono noti, al San Filippo come altrove: pochi medici e infermieri oberati di lavoro, persone in barella nei corridoi in attesa di un letto, ambulanze ferme senza poter ripartire prima che vengano liberate le barelle. Gli stessi problemi in fotocopia, nei 25 ospedali del Lazio in cui i consiglieri regionali del M5S sono entrati per una serie di visite ispettive a sorpresa. “Il piano voluto da Nicola Zingaretti per decongestionare i pronto soccorso non funziona - spiega Barillari - il problema non si risolve con provvedimenti spot”. Il “black wednesday“, come lo chiamano i medici, è solo un ricordo della settimana passata, quando un afflusso anomalo di persone si riversò negli ospedali della Capitale bloccando per ore i pronto soccorso. L’emergenza è passata, ma i problemi sono cronici. Per trovare un letto servono ore. “I posti sono pochi: erano 780 nel 2000, oggi sono meno di 500″, spiega alla delegazione M5S il direttore sanitario, Patrizia Magrini. Eppure i nove punti del piano voluto da Zingaretti avrebbero dovuto decongestionare i pronto soccorso: “Sono utili, ma non bastano - continua il direttore - prenda ad esempio la discharge room, l’ambiente in cui dovrebbero essere sistemati i pazienti dimessi, in attesa che possano andare a casa: servono locali che non ci sono e soprattutto serve personale che si prenda cura di loro, perché finché il paziente non va via è sotto la responsabilità dell’ospedale”. Medici e infermieri, la carenza è cronica ovunque. Al pronto soccorso del Policlinico Umberto I ogni 10 malati in sala rossa ci sono solo due infermieri: il rapporto dovrebbe essere di uno a due, servirebbero 1012 unità sulle 24 ore. La giornata tranquilla, ma trovare un letto è difficile: dal primo all’8 gennaio, dati della Centrale operativa del 118 alla mano, dei 341 pazienti arrivati ben 206 sono rimasti in barella per più di mezz’ora, per un totale di 170 ore di blocco degli accessi. Il problema è comune: al pronto soccorso del Pertini, che ha un bacino d’utenza di 300mila romani e 350 posti letto, ci sono nove ambulanze ferme. Non possono ripartire e rispondere ad altre emergenze perché aspettano che tornino le barelle, occupate dai pazienti in attesa di posto in reparto. Nella sala emergenze stazionano circa 30 persone, in altre due sale ce ne sono altre 20 in attesa di ricovero. “Comprate nuove barelle”, suggerisce Barillari a Francesco Rocco Pugliese, responsabile del pronto soccorso, 75mila accessi l’anno. “Non basterebbe - risponde il primario - non abbiamo personale e spazi per gestirle: all’organico mancano almeno sei o sette medici e 10 infermieri”. Le ispezioni del M5S continuano a tamburo battente per tutta la giornata. La fotografia della sanità laziale che ne emerge è impietosa. Alle 13 al Policlinico Casilino ci sono 18 pazienti su sedie o in barella in attesa di ricovero alle 9.30 del mattino: uno era parcheggiato lì da 3 giorni, tre persone da due giorni, 12 da ieri. “Si tratta spesso di anziani, con più di una patologia, costretti a dormire in corridoio, senza una famiglia che possa pagare per un ricovero privato”, racconta il deputato Massimo Baroni. Secondo la Direzione Regionale Salute e Integrazione Sociosanitaria della Regione Lazio, a ottobre circa 8mila ambulanze sono rimaste bloccate per oltre mezz’ora nei pronto soccorso di Roma e provincia. Al Pertini ben 806 corse sono state fermate, in media, per un’ora e venti. Al Sant’Andrea il 65% attende in media 168 minuti; al Policlinico Casilino si ferma il 72% delle vetture per una media di 90′. Quasi la metà delle ambulanze viene bloccato invece al San Camillo Forlanini, in media per circa un’ora.
A Ostia il problema è la struttura: “Sala d’attesa molto piccola e con pochi posti a sedere. Alcune sedie sono inutilizzabili. Bagno dei disabili non a norma mancando di maniglioni per i portatori di handicap. Letti insufficienti, mancanza di separazione della sala d’attesa interna fra uomini e donne e ore d’attesa”, recita un post su facebook del gruppo guidato dal consigliere regionale, Silvana Denicolò. “Quello che abbiamo visto rivela il dato di un vero e proprio abbandono sociale, avvenuto negli ultimi anni. Anni in cui il pubblico è stato sabotato, per dirottare pazienti e investimenti sul privato”, chiosa Baroni. “I problemi sono noti da anni, perché nessuno prova a risolverli?”,
Tre infermieri sono sottoposti a processo sul prospettato omicidio colposo commesso, ai danni di un uomo, in violazione delle norme precauzionali concernenti l’esercizio della professione sanitaria infermieristica, provocando una emorragia al paziente a seguito della caduta dello stesso dal letto sul quale gli indagati erano intenti a sistemarlo. Assolti dai giudici di merito, la vicenda viene affrontata dalla Corte di Cassazione (sentenza 41426/13) alla quale si sono rivolti le parti civili. Ma il verdetto non cambia. Infatti, il paziente, anche se «parzialmente autosufficiente», era stato avvolto con delle coperte e accudito in modo tale da assicurare il compimento di tutto ciò che era nelle relative possibilità per evitare la caduta. Anche perché a causare la caduta dell’anziano paziente era stato il suo gesto inconsulto e imprevedibile. E poi – concludono gli Ermellini – non era stato possibile applicare le sponde di contenzione al letto del paziente, in quanto le stesse possono essere sollevate solo al termine del posizionamento del catetere e della definitiva sistemazione del paziente nel letto. Ricorso infondato dunque e ricorrenti condannati al pagamento delle spese processuali.
Riassunto:L'intervento di Petrucci del Nursind «Un centro d'eccellenza che bisogna difendere"
Da "La Ciociaria"
Evitare il trasferimento del centro di trattamento del sangue». E' la richiesta espressa da Giovanni Petrucci, segretario provinciale del Nursind, tra i più decisi oppositori all'accorpamento con Tor Vergata. La dura presa di posizione fa seguito al documento indirizzato al manager dell'Asl di Frosinone, dottor Mauro Vicano, da parte del personale del Servizio di Medicina Trasfusionale di Via Armando Fabi.
«In Ciociaria -puntualizza Petrucci - desta forti preoccupazioni il provvedimento della Regione Lazio, che ha avviato il trasferimento del Centro, sinora operante a Frosinone, nella capitale _ I timori - continua il responsabile del Nursind, sono legati al taglio di un servizio essenziale che si ripercuoterebbe, per la gestione delle urgenze, su altri reparti come Chirurgia, Rianimazione, Ostetricia, dove i pazienti necessitano di terapia trasfusionale immediata, non esclusi i ricoverati in Medicina. A breve, quindi, le sacche di sangue raccolte in Ciociaria andranno a Tor Vergata _ Un grosso punto interrogativo - aggiunge Petrucci - è legato al trasporto: in base alle norme di procedura una richiesta urgente dovrebbe essere evasa entro 60 minuti. Il punto è che tra Roma, Frosinone, Sora e Cassino, oltre alla distanza chilometrica, i tempi di percorrenza sono soggetti a traffico e condizioni atmosferiche avverse, con rischio esponenziale di incidenti. Oltre a ciò non sembra corretto che la provincia di Frosinone debba perdere anche questo polo d'eccellenza».
Riassunto:Personale Neonatologia ospedale Santa Chiara Pisa „Il sindacato Nursind ha sollevato il problema della scarsità di personale rispetto al numero dei bambini ricoverati. Il consigliere regionale di Ncd/Più Toscana Gian Luca Lazzeri: "Un incontro per sbloccare la situazione"
http://www.pisatoday.it/
"Il sindacato infermieri Nursind riferisca in commissione Sanità sulle problematiche legate alla mancanza di personale nell’unità operativa di Neonatologia del Santa Chiara". È la dichiarazione del consigliere regionale di Ncd/Più Toscana Gian Luca Lazzeri che raccoglie il grido d’allarme del sindacato sull’insufficienza di personale nel reparto di neonatologia, dove per gli infermieri è sempre più difficile gestire la situazione.
"Rispetto al 31 dicembre 2012 - sottolinea - a luglio 2013 la dotazione organica dell’Azienda ospedaliera pisana è passata da 4.919 unità alle 4.870, diminuendo di 49 unità per tutti i rapporti di lavoro. Mentre il numero delle degenze ordinarie nel reparto di neonatologia è cresciuto dal 2011 al 2012 di 1.071 unità, trend che si è mantenuto in crescita anche nel 2013 mentre il numero di posti letto è rimasto invariato. È quindi innegabile che il reparto possa incontrare delle difficoltà a causa dell’afflusso di arrivi degli ospedali di Lucca e Viareggio e che queste debbano essere risolte dalla direzione dell’Aoup con un adeguato piano assunzioni che non punti unicamente sull’attività aggiuntiva del personale. In particolare sono preoccupanti le notizie diffuse dal sindacato circa il sovrannumero di quasi 10 neonati in terapia sub intensiva, senza che il numero di personale rispetti la proporzione di un infermieri ogni due neonati".
Personale Neonatologia ospedale Santa Chiara Pisa „"Per questo motivo - conclude Lazzeri - invito la commissione Sanità a valutare l’opportunità di un incontro fra direzione e sindacato per sbloccare la situazione, prima che la pressione a cui sono sottoposti gli infermieri diventi una delle concause di fatto di cronaca".
Riassunto:I principali obiettivi del ‘Tavolo per la protezione e la qualità del Servizio Socio Sanitario Nazionale’ sono la revisione della governance, la salvaguardia del sistema pubblico e l’elaborazione di una riprogettazione partecipata e condivisa del Ssn. Chiesto anche un confronto a Governo e Regioni su Patto per la Salute.
da http://www.quotidianosanita.it/
15 GEN - Nasce il Tavolo promosso dal Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva e organizzazioni dei professionisti socio-sanitari. Si è costituito a fine dicembre il “Tavolo per la protezione e la qualità del Servizio Socio Sanitario Nazionale”, promosso da Cittadinanzattiva - Tribunale per i diritti del malato (TDM) a cui hanno aderito Anaao-Assomed, Card, Cimo, Federfarma, Nursing up, Nursind, Simg, Sumai-Assoprof e Uildm. I principali obiettivi del Tavolo sono: - la salvaguardia ed il rilancio del Servizio Socio-Sanitario Nazionale (SSSN) Pubblico, in coerenza con i principi fondanti quali l’universalità, la solidarietà e l’equità, contraddetti da anni di ripetuti tagli lineari al Fondo Sanitario Nazionale, ai servizi e – in definitiva - ai diritti, nonché dalla mancata riprogettazione e riforma di un SSSN in grado di rispondere realmente ai bisogni di salute dei cittadini, riconosciuti come diritti fondamentali. - La revisione dell’attuale modello di governance del SSN, che oggi vede protagonisti solo Governo e Regioni, ed esclude attori non meno importanti, vale a dire chi poi dovrà concretamente attuare e/o vivere gli effetti dei provvedimenti emanati. Per questo, si impegna nell’istituzione, nella promozione del riconoscimento e nella valorizzazione di un “soggetto terzo”, che possa contribuire al cambiamento. Per questo, è necessario che tale soggetto, composto dai più significativi attori del SSN - cittadini, medici, infermieri, farmacisti, operatori sociali, Direttori Generali, ecc. – sia ammesso ad una effettiva partecipazione nei processi decisionali di costruzione e tutela della Salute in Sanità. - L’elaborazione di una riprogettazione partecipata e condivisa del SSN dei prossimi anni, in grado di garantire l’equilibrio tra economia e diritti, a partire da quelli sanciti dalla Carta Europea dei diritti del malato, e non – come avvenuto – la subordinazione dei diritti alla finanza. Queste le principali richieste: -l’apertura immediata di un tavolo di confronto con il Governo e con le Regioni, in merito al nuovo Patto per la salute. Se, infatti, come auspichiamo, il Patto per la Salute non consisterà in una mera “intesa finanziaria” tra Governo e Regioni, reputiamo indispensabile essere coinvolti nel ripensamento strutturale del nostro SSN; -un’ “Assemblea ri-Costituente per il Servizio Socio-Sanitario Nazionale Pubblico” composta da rappresentanti delle Organizzazioni civiche e di pazienti, dai molteplici operatori della Salute Sanità, Ministeri, Regioni, con il mandato di consegnare entro 18 mesi al Parlamento un vero progetto sul SSN dei prossimi anni, in grado di garantire il non penalizzante equilibrio tra contenimento della spesa e tutela dei diritti.
RIASSUNTO:IL CASO. La goccia che ha fatto traboccare il vaso: una giornata di accessi record, circa 130 in poche ore, che ha trasformato il nosocomio romano in un vero e proprio ospedale da campo militare. Posti letto sono stati allestiti alla bene e meglio nei corridoi del reparto medicina. Alla fina di una giornata campale il sindacato degli infermieri ha proclamato l'occupazione della Direzione Aziendale
ll Pronto Soccorso dell’Ospedale San Camillo Forlanini è andato di nuovo in tilt. È successo nel solito lunedì che porta con sé un numero elevato di accessi che si vanno a sommare alle non dimissioni nei reparti di fine settimana. Circa 130 accessi in poche ore che hanno trasformato il Pronto Soccorso in una “barellaia”. Un termine che riporta alla mente gli ospedali allestiti nei campi militari al tempo della guerra come denunciato dal Nursind, il sindacato dei professionisti del settore sanitario. “Medici, infermieri, ausiliari e tecnici sono stati in piena attività con una sala d’aspetto gremita in attesa della prima valutazione, tutti i letti occupati, alcuni addirittura sui materassi – secondo la descrizione degli operatori - Un vero e proprio disagio da parte dell’utenza che ha messo a dura prova il sacrificio del personale presente al Pronto Soccorso. Disagio che è affluito poi nei Reparti di Degenza con l’aggiunta imbarazzante di posti letto nel corridoio nei reparti di Medicina”. In tutta risposta all'ennesima emergenza creatasi il sindacato ha proclamato lo stato di occupazione della Direzione Aziendale: “Chiediamo alla direzione generale un piano certo e duraturo che supporti la situazione critica del Pronto Soccorso; La ricollocazione del personale infermieristico idoneo alle mansioni proprie della qualifica di appartenenza e ora dislocati in altre aree. Inoltre chiediamo al Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti lo sblocco del Turn-Over del personale Infermieristico con le stesse disposizioni con cui sì è attuato lo sblocco a favore del personale Medico”.
ROMA, 14 GENNAIO 2014 - ll Pronto Soccorso dell’Ospedale è andato di nuovo in tilt. È questa la beffa del solito Lunedì che porta con sé un numero elevato di accessi che si vanno a sommare alle non dimissioni nei reparti di fine settimana. Circa 130 accessi giornata di Lunedi 13/01. Medici, infermieri, ausiliari e tecnici sono stati in piena attività con una sala d’aspetto gremita in attesa della prima valutazione, tutti i letti occupati, alcuni addirittura sui materassi.
In pratica una “barellaia”. Con questo termine si riportano alla mente gli ospedali allestiti nei campi militari al tempo della guerra. Un vero e proprio disagio da parte dell’utenza che ha messo a dura prova il sacrificio del personale presente al Pronto Soccorso. Disagio che è affluito poi nei Reparti di Degenza con l’aggiunta imbarazzante di posti letto nel corridoio nei reparti di Medicina.
L’O.S.NURSIND CHIEDE ALLA DIREZIONE AZIENDALE:
a) Un piano certo e duraturo che supporti la situazione critica del Pronto Soccorso.
b) La Ricollocazione del personale infermieristico idoneo alle mansioni proprie della qualifica di appartenenza e ora dislocati in altre aree.
Inoltre chiediamo al Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti lo sblocco del Turn-Over del personale Infermieristico con le stesse disposizioni con cui sì è attuato lo sblocco a favore del personale Medico.
A fronte della situazione creatasi e della mancanza di qualsiasi informazione atta a migliorare la situazione esistente L’O.S. scrivente sindacale proclama lo STATO DI OCCUPAZIONE della Direzione Aziendale.
La Segreteria Aziendale NURSIND San Camillo Forlanini Roma
(Notizia segnalata da Stefano Barone - Delegato rsu Nursind San Camillo- Forlanini)
Roma, 13 gen. (Adnkronos Salute) - La notizia del corso Ecm sul bridge "ci ha insospettito. Stiamo effettuando delle verifiche. A giorni dovremmo avere un quadro più chiaro". E' quanto afferma all'Adnkronos Salute il segretario della commissione nazionale Ecm (Educazione continua in medicina), Achille Iachino, dopo il caso delle lezioni di bridge per i medici dell'ospedale di Bergamo, riportato dai media negli ultimi di giorni. Le istituzioni - non si sa se nazionali o regionali - avrebbero infatti autorizzato un corso di aggiornamento professionale incentrato sul bridge, concendendo al progetto ben 25 crediti Ecm. Praticamente la metà di quanti richiesti annualmente ai camici bianchi: 50. "Il sistema Ecm, nel suo complesso - spiega Iachino - non accredita più gli eventi ma i provider, che presentano un piano dettagliato degli eventi. Naturalmente ci sono degli organismi di controllo, come il Comitato di garanzia, che fanno verifiche sia sull'aspetto amministrativo, sia su quello scientifico". Per quanto riguarda il caso specifico di Bergamo, Iachino assicura che le verifiche sono già in atto. "Innanzitutto - sottolinea - bisogna verificare se l'accreditamento è stato fatto dal sistema Ecm nazionale o da quello regionale". Il via libera al corso di bridge, insomma, potrebbe essere stato autorizzato a livello locale. Anche perché, come spiega Iachino, la Lombardia è una di quelle Regioni che all'interno del sistema Ecm "non è in convenzione con l'Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali)". Ma tra le migliaia di eventi e corsi Ecm presenti sul mercato, quanti sono quelli per così dire 'stravaganti', che poco hanno a che fare con la scienza e la medicina? "Non mi risulta la presenza di corsi 'stravaganti' all'interno del sistema", afferma il segretario della commissione nazionale Ecm. "Certo - conclude Iachino - i programmi presentati dai provider possono anche subire delle variazioni in corso d'opera. Però il sistema è vigile. Gli eventi, anche grazie alle segnalazioni, vengono costantemente monitorati".
In 24 ore 700 minuti per i degenti in area critica, 185 per la puerpera. Il collegio degli infermieri: «Le regole servono, ma così non va bene»
da http://www.larena.it/
Dai costi standard ai tempi standard. La sanità pubblica si affida agli algoritmi dell'economia per eliminare gli sprechi, contenere le spese e - è il ritornello che sentiamo suonare da anni - ottimizzare le risorse. Fresca del successo politico del riconoscimento dei costi standard in sanità (ossia i criteri per stabilire i finanziamenti alle Regioni non in base al numero di abitanti e alla loro età, ma a parametri legati alla qualità dell'assistenza), la Giunta veneta ha chiuso il 2013 licenziando la delibera che stabilisce il fabbisogno standard di infermieri e operatori sociosanitari: in altre parole, si definiscono i valori minimi di tempo che il personale paramedico dovrà dedicare ai degenti dei vari reparti. IL MINUTAGGIO. Secondo le tabelle elaborate dalla Regione l'area medica che richiede il maggior minutaggio di assistenza da parte di un infermiere professionale è quella "critica" con 700 minuti al giorno, seguita dall'assistenza neonatale (350 minuti al giorno), da malattie infettive (230 minuti) e da pediatria (200 minuti). Il degente di medicina interna richiede di 185 minuti di assistenza, di chirurgia specialistica 195 e la donna ricoverata in ostetricia e ginecologia di 185. Nel presentare la delibera l'assessore alla Sanità, Luca Coletto, ha ricordato che il provvedimento «è frutto di approfonditi studi ed è stato concordato con le parti in causa, sindacati compresi», assieme ai quali si è altresì stabilito quanti infermieri e operatori sociosanitari debbano essere in attività. «Ciò vuol dire», aveva evidenziato Coletto, «che in nessun reparto veneto si assisterà ad attese troppo lunghe da parte del paziente e che l'assistenza sarà tutta, ma proprio tutta, quella necessaria». LE CRITICHE. Ai toni trionfalistici del governatore Zaia e dell'assessore Coletto fanno da contraltare le critiche (anche pesanti) degli infermieri, tramite i collegi Ipasvi delle sette province venete. Spiega Franco Vallicella, storico presidente del collegio di Verona: «È vero che i funzionari regionali hanno richiesto il nostro parere, ma è altresì vero che abbiamo elaborato una controproposta, perchè la delibera della Giunta proprio non ci convince. A partire dal criterio di partenza utilizzato per stabilire il fabbisogno». «I funzionari regionali», spiega Vallicella, «hanno praticamente scattato la fotografia delle presenze di degenti e personale non medico in alcuni reparti di grandi ospedali, usandola come termine di riferimento. È sbagliato: non si possono comparare, ad esempio, le necessità di un degente della chirurgia ad alto rischio di Verona con un ospedale di seconda fascia. È diversa anche l'organizzazione interna dei reparti: in quelli moderni la provetta arriva in laboratorio con la posta pneumatica, in quelli più datati deve consegnarla l'infermiere». LE CONTROPROPOSTE. «Il coordinamento dei collegi del Veneto aveva quindi chiesto di introdurre alcune modifiche al provvedimento elaborato dalla Giunta. In particolare, chiedevamo di modificare gli standard, considerando irrinunciabile uno standard minimo, per le realtà assistenziali di base, di 200 minuti per paziente al giorno. Di considerare i tempi espressi minimi; di prevedere, per realtà assistenziali particolari, sia per dimensioni che per tipologia di paziente, la possibilità di deroga agli standard identificati. Quanto al rapporto infermiere/operatore sociosanitario avevamo fatto espresso richiamo al DGR 3093/2006, ovvero 3 a 1, invece la delibera ipotizza il rapporto 2 a 1, che per noi è inaccettabile. Infine, avevamo chiesto la possibilità di effettuare sperimentazioni, per progetti assistenziali innovativi, indipendenti dal provvedimento sugli standard. Di tutte le nostre richieste, la Regione ha accolto solo che si parli di minimi, che però nella sostanza diventeranno, leggendo la delibera, dei puntuali riferimenti. Ma non si può sbandierare l'obiettivo di "un ospedale più umano", quando le forze umane messe in campo sono queste. Diciamo che con questa delibera la Regione conta soprattutto di risolvere il problema delle piante organiche e quindi risparmiare». PROTESTE. Il telefono del Collegio Ipasvi di Verona è rovente. «I colleghi sono arrabbiatissimi», conferma Vallicella, «rifiutano l'idea di andare a lavorare con il cronometro in mano, ci chiedono di intervenire. Prevedere degli standard in sanità è irrinunciabile, è positivo e va a garanzia del cittadino, ma perchè partire dagli infermieri? L'iter della delibera non è concluso, il nostro auspicio è che il passaggio in quinta Commissione porti i correttivi da noi richiesti. Abbiamo chiesto la convocazione urgente dei Collegi del Veneto, in un'ottica di servizio e di rispetto delle istituzioni, ma anche per poter esprimere con più forza le nostre idee su quali principi dovrebbero ispirare il contenuto di un provvedimento così importante per la nostra professione e per il cittadino malato».
RIASSUNTO:Rinnovi contrattuali del pubblico impiego. Incontro Comitato di settore (regioni) e sindacati della sanità e delle autonomie locali. Nursind: “disponibili alla contrattazione solo se disponibili anche risorse economiche. No ad un contratto solo normativo.” Oggetti problemi tecnici per la definizione dei comparti, aree e sezioni. “Come infermieri chiederemo una sezione contrattuale per le professioni sanitarie.”
Si è svolto oggi presso la sede della Conferenza delle Regioni l’incontro tra il Comitato di settore e le OO.SS. e le Confederazioni rappresentative nei rispettivi comparti e aree dirigenziali. Oggetto dell’incontro è stata la comunicazione da parte delle Regioni dell’intenzione di dare avvio alle procedure contrattuali attraverso l’emanazione dei rispetti atti di indirizzo e di concordare con il Ministero della Funzione Pubblica la riduzione dei comparti e delle relative aree contrattuali. C’era poi l’intenzione di valutare la disponibilità da parte sindacale di sedersi ai tavoli per una riapertura della contrattazione anche se solo per la parte normativa per sottoscrivere un contratto “innovativo”. Quasi unanime la volontà di ripartire anche a queste condizioni. Nursind ha ribadito che è condizione indispensabile lo stanziamento di risorse economiche certe in quanto un rinnovo contrattuale puramente normativo che abbia qualche aspetto positivo per i lavoratori è quasi impossibile realizzarlo. “Il contratto di lavoro deve portare dei benefici ai lavoratori che rappresentiamo – afferma Andrea Bottega segretario nazionale del Nursind – non serve a dare senso all’esistenza dei sindacati. Abbiamo detto che la sanità ha già dato ampiamente il suo contributo al risanamento delle finanze pubbliche con la contrazione del personale dipendente esito del blocco del turn over, con il blocco stipendiale che dura da anni, con l’innalzamento della professionalità e responsabilità richiesta a seguito dei mutati modelli organizzativi, delle nuove tecnologie dei contesti sempre più complessi di azione.” “Le regioni – continua Andrea Bottega – chiedono un contratto innovativo. Di innovativo ci poterebbe essere che si applichino intanto i contratti esistenti. Utilizzo improprio dello straordinario, sforamento del numero delle pronte disponibilità, coordinatori inquadrati in livelli giuridici ed economici diversi a parità di mansioni, demansionamento dei professionisti, … Questi semplici problemi richiedono delle risorse disponibili e non affrontare questi problemi significa non governare l’organizzazione del lavoro.” Il secondo punto di perplessità che il sindacato ha espresso è stato posto dalla confederazione di riferimento, al confederazione generale unitaria CGU CISAL. Prima di iniziare la contrattazione occorre necessariamente stabilire quali sono i comparti e le relative aree per cui si contratta. A normativa invariata sarebbe impossibile in tempi brevi aprire una contrattazione su nuovi comparti, come vogliono le Regioni. La questione posta dalla CGU CISAL ha provocato la risposta che è necessario sicuramente un intervento legislativo per definire all’interno dei comparti sezioni di contrattazione su cui misurare la rappresentatività. “Come Nursind – conclude Andrea Bottega – presenteremo una richiesta di individuare una sezione per le professioni sanitarie a parte all’interno del comparto che potrebbe comprendere la parte sanitaria e le regioni. Effettivamente la parte amministrativa potrebbe essere trasversale alla sanità, agli enti locali e alle regioni; questo agevolerebbe anche la mobilità in caso di riorganizzazioni.” Rimane tuttavia aperto il problema del calcolo della rappresentatività delle Confederazioni sindacali ancorata dal Dlgs 165/2001 alla definizione dei comparti piuttosto che delle sezioni contrattuali.
L´Ulss 6 replica punto su punto alle critiche del sindacato Nursind sulle assunzioni e sulla questione dei concorsi: il prossimo bando insieme con l´Ulss 5
«Infermieri, solo 9 domande per 20 posti»
Parla il direttore amministrativo: «Disoccupati? Non è vero, ci sono undici posti a tempo determinato Se uno ci chiama, lo prendiamo»
questi i contatti: chiedere dell'ufficio concorsi o dell'ufficio risorse umane. Ospedale San Bortolo di Vicenza
viale Rodolfi, 37 - 36100 Vicenza Orario: tutti i giorni 24 ore su 24 Telefono: 0444 75-3111 Centralino. Attivo tutti i giorni dalle 7.00 alle 20.00 Telefono: 800 141 403 Punto informativo. Attivo dal Lunedì al Venerdì, dalle 8.00 alle 12.00. Telefono: 0444 75-3666 Punto informativo. Attivo dal Lunedì al Venerdì dalle 12.00 alle 8.00 del giorno successivo, e il Sabato e la Domenica tutto il giorno. Fax: 0444 75-3809 Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo." title="Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo." title="Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Posta Elettronica Certificata - PEC)
in questo periodo è facile, come professionisti e come cittadini, sentirsi presi in giro dalla politica (si veda il perdurare del blocco del trattamento economico per i pubblici dipendenti).
L’ultimo caso che annovero tra questa categoria è quello della Giunta del Veneto che ha emanato una delibera per la “definizione dei valori minimi di riferimento per il personale di assistenza del comparto dedicato alle aree di degenza ospedaliera”.
Ho letto il comunicato stampa della Giunta Regionale del Veneto del 2 gennaio 2014 e quanto la stampa ha riportato il giorno successivo a commento della delibera. La mia impressione è che pochi hanno capito la vera portata del documento e che in più parti si rasenti il paradosso nelle affermazioni.
Sembra paradossale, infatti, trovare nella delibera frasi del tipo: “… in considerazione delle limitazioni poste dalla sostenibilità economica”, “Ove dall’applicazione di nuovi modelli organizzativi implementati dalle Aziende a seguito dei valori minimi di riferimento dovessero liberarsi delle risorse di personale…”, “di precisare che il posizionamento rispetto ai valori minimi indicati costituirà orientamento per le scelte autorizzatorie regionali…” e leggere le dichiarazioni del Governatore Zaia “… questa delibera, dimostra come si fa a non buttare via denaro dei cittadini gestendo male il numero del personale infermieristico”. Ciò significa forse che finora i direttori generali, amministrativi e dei servizi hanno gestito male il personale? Ma questi direttori non sono stati nominati dallo stesso Zaia e non sono annualmente valutati? E il Veneto non è ritenuto dallo stesso Zaia virtuoso?
Ancora si afferma: “domani nessuno venga a parlare di allarme licenziamenti. Anzi se, alla fine emergerà che sarà necessario assumere altro personale lo faremo senza se e senza ma, perché i parametri che abbiamo definito sono quelli minimi, al di sotto dei quali proprio non si va, e l’unico scopo è quello di assistere a cinque stelle il paziente ricoverato.” Ecco i paradossi.
Ma certo che non si parla di licenziamenti, ci mancherebbe altro! L’obiettivo è far partire l’assistenza territoriale (in linea con i dettami del recente PSSR) perché in Veneto, come nelle altre regioni, mancano infermieri all’interno del sistema. Solo che per non assumere e non spendere un euro in più si è deciso di togliere gli infermieri dagli ospedali (perché non si è scelto di chiudere unità operative o piccoli ospedali), dai reparti di degenza che sono sempre più popolati da pazienti complessi, acuti, affetti da pluripatologie. Infatti, nella delibera – come sopra riportato – si parla del “liberarsi delle risorse di personale” e che queste saranno impiegate nel “potenziamento dell’assistenza territoriale”.
Risulta poi evidente a tutti che, in tempo di crisi economica, nessuna Giunta emana una delibera che possa aumentare i costi del personale. Con difficoltà abbiamo chiuso presso il Ministero della Salute un accordo sulla stabilizzazione del precariato, figuriamoci prevedere ulteriori assunzioni senza se e senza ma! Per la Regione Veneto i vincoli e le modalità di spesa per il personale sono indicate nella DGRV 2621 del 2012 in particolare l’allegato A (L’obiettivo è il contenimento della spesa “che dovrà comunque nel 2015 essere pari alla spesa del 2004 diminuita dell’1,4% al netto dei rinnovi contrattuali”).
Terzo, la tempistica non è causale: “le aziende del SSR ….dovranno piena attuazione a quanto previsto entro il 31 dicembre 2015” ciò evita un impatto diretto (“i licenziamenti di domani…” o “le assunzioni senza se e senza ma”) e demanda il problema a dopo le elezioni regionali (primavera 2015) e la scadenza dei direttori generali delle ASL venete. Classico di un certo modo di fare politica lasciando ad altri, domani, gestire l’impatto delle scelte di oggi. Quindi, a me pare, Zaia non licenzierà nessuno né assumerà più infermieri perché gli esiti di tale deliberazione si vedranno dopo la scadenza dell’attuale governo regionale. E a rispondere dell’impatto dell’assistenza a “cinque stelle” derivante da questa delibera molto probabilmente ci saranno altri.
Ancora, i valori definiti sono indicati come “minimi” salvo poi affermare che saranno “di orientamento per le scelte autorizzatorie regionali”. Oggi le aziende sanitarie venete non possono assumere nemmeno un dipendente senza autorizzazione regionale, devono trimestralmente inviare la richiesta al segretario regionale della sanità che autorizza o meno l’assunzione. Ma secondo Voi arriverà l’autorizzazione in caso di tempi assistenziali sopra i valori minimi?
Negli altri Paesi (europei, americani e australiani) sono le rappresentanze professionali a indicare alle istituzioni pubbliche i valori di riferimento. In Veneto, non solo mi pare ci sia una presa di distanza nel merito e nel metodo del lavoro svolto da parte di alcuni collegi IPASVI (si veda il puntuale intervento del Collegio IPASVI di Padova su QS) e di alcuni dirigenti dei servizi infermieristici ma, come già citato, nel 2011 si sono espressi un gruppo di professionisti qualificati con un “Position Paper”.
Ebbene, non mi ritengo così sprovveduto da non pensare che gli esiti di tale determinazione non siano già ampiamente noti alla Giunta veneta. E’ dal 2010 (più di 3 anni!) che si rilevano e si incrociano dati sui tempi assistenziali infermieristici. Perché dunque la presenza di queste affermazioni paradossali? Perché, se la delibera aumenterebbe la presenza di infermieri per turno, la rappresentanza professionale tutta non è d’accordo? Perché escluderla dall’osservatorio regionale di cui al punto 6 della delibera?
Inoltre, ritengo alquanto strano che in questo Paese dov’è ampiamente riconosciuto che il rapporto infermieri/abitanti è tra i più bassi dei paesi OCSE mentre quello medici/abitanti è tra i più alti, si decida di partire rivendendo i tempi assistenziali per le dotazioni infermieristiche. Anche questa è una scelta politica su cui i cittadini e i colleghi infermieri dovranno riflettere.
Tengo, infine, a precisare che Nursind non è mai stato chiamato agli incontri e pertanto tale delibera non è stata “oggetto di confronto” con il sindacato rappresentativo della professione infermieristica.
Al Sottosegretario on. Fadda abbiamo chiesto che un tale documento non sia inserito nel Patto per la Salute senza un preventivo confronto a livello nazionale ed aver chiaro l’impatto di tali tempi anche nelle altre regioni italiane.
06 GEN - Gentile direttore, la presente in correzione di quanto riportato nell’articolo “Veneto. Determinati gli standard degli infermieri e degli Oss” del 2 gennaio 2014. Tali standard, infatti, non sono stati concordati con tutti i Collegi IPASVI Provinciali del Veneto, così come si lascia intendere. Posso affermare che il documento in questione “definizione dei valori di riferimento per il personale di assistenza del comparto dedicato alle aree di degenza ospedaliere”, è stato oggetto di numerose discussioni all’interno della rappresentanza professionale; oltre a questo, in più occasioni e da parte di più interlocutori della professione infermieristica e della maggioranza dei rappresentanti della stessa, sono state ribadite sia leconseguenze negative derivanti dall’applicazione degli standard elencati nel documento, sia le preoccupazioni nel metodo utilizzato per definire tali standard e nel contenuto della proposta. Da subito sono sorte legittime perplessità in merito alle modalità di scelta dei tempi assistenziali di riferimento. La scelta deriva da una rilevazione che ha interessato i primi tre mesi del 2013 gli ospedali provinciali e le due aziende ospedaliere della Regione Veneto. Come valore standard viene indicata la media dei tempi di assistenza rilevati per singolo paziente nelle due aziende che hanno presentato i valori più bassi (the best). Solo per la Medicina interna la Regione ha scelto come riferimento la mediana, indice di posizione che descrive, in maniera più completa della media aritmetica (che risente notevolmente dei valori “outlier”), la tendenza centrale di una distribuzione. Assumere come standard di riferimento il valore della media, rilevata considerando le due aziende che registrano i tempi di assistenza giornalieri per pazienti più bassi, espone a diversi rischi anche in ragione del fatto che tali indicatori possono derivare da carenze ed inadeguatezze dei servizi erogati piuttosto che da situazioni di efficacia ed efficienza. A sostegno di ciò si ricorda che sono oramai numerose le ricerche che documentano come un rapporto infermiere/ paziente non ottimale possa generare esiti negativi sul paziente. La letteratura internazionale sull’argomento stà infatti cominciando a diventare considerevole per ampiezza e qualità degli studi; per citarne solo alcuni tra i più importanti, possiamo ricordare ad esempio, quelli che confermano la presenza di una relazione diretta fra consistenza numerica degli organici infermieristici e: • mortalità dei pazienti (Aiken et al.; 2002, Cho et al.; 2008, Kane et al. 2007; Mark et al., 2004; Needleman et al., 2002; Sales et al., 2008); • eventi avversi, quali le infezioni contratte durante la degenza, le lesioni da pressione, le cadute e i soccorsi mancati (Lang et al., 2004; Lake, Cheung, 2006; Needleman et al, 2002); • altre misure di qualità (Kane et al., 2007; Kutney-Lee A., 2009). Si stima che, laddove le cure erogate scendono al di sotto di un rapporto infermiere /pazienti di 1:5-1:6 , ovvero di 288/240 minuti/paziente/die, siano più frequenti gli eventi avversi sugli assistiti (Aiken et al. 2010; Needlman 2011). Ancora, ilrapporto "nurse-to-patient" di sicurezza per il rischio clinico, viene individuato per le terapie intensivein un valore infermiere/pazienti di 1:2 ( pari a 720 minuti die/paziente) e per le degenze specialistiche in valori di 1:4 (pari a 480 minuti die/paziente).[1] Un ulteriore elemento che crea preoccupazione, è dato dallo “skill mix” da utilizzare nella dotazione organica fra infermieri ed OSS. Se nel documento “ Definizione dei valori di riferimento per il personale di assistenza del comparto dedicato alle aree di degenza ospedaliera” si richiama complessivamente il rapporto infermieri/OSS nella misura di 3/1 per la struttura sanitaria, da una valutazione attenta del citato documento sembra invece che il tempo OSS, identificato come “percentuale di attribuzione dell’assistenza di base e di supporto dell’operatore socio sanitario”, possa rappresentare anche il riferimento per calcolare i minuti di assistenza che l’OSS deve assicurare nell’ambito del tempo complessivo di assistenza (Infermieristica + OSS) giornaliera per paziente. A titolo esemplificativo, si verificherebbe che, nei 185 minuti complessivi di assistenza identificati dalla Regione Veneto come riferimento per la Medicina interna e la Chirurgia, per ogni paziente sarebbero garantiti al giorno 124 minuti dagli infermieri e 61 minuti dagli oss con un rapporto quindi tra infermieri /OSS di 2:1. decisamente inferiore rispetto al rapporto da sempre richiamato di 3 infermieri/1 OSS, ammesso ma non concesso che l’attività dell’OSS, supportiva all’attività intellettuale dell’Infermiere, diventi sostitutiva della stessa in proporzione ai minuti e al tema considerato. In un recente documento, “Position Paper – Raccomandazioni e standard italiani per dotazioni infermieristiche ospedaliere sicure per le aree mediche e chirurgiche generali”[2],elaborato da un gruppo di esperti di diverse aziende ospedaliere del nord Italia, si raccomanda di garantire 220 minuti di assistenza per paziente al giorno nelle suddette aree e si ritiene che 200 minuti totali al giorno, con una proporzione di operatori di supporto che non superi il 30%, rappresenti lo standard minimo al di sotto del quale l’assistenza non è sicura. Va poi ricordato come le variabili organizzative e di contesto presenti nelle aziende possono incidere significativamente sull’effettiva disponibilità di risorse per l’assistenza, si intendono ad esempio elementi quali: la logistica, le tecnologie disponibili, la distribuzione degli spazi ed il dimensionamento delle unità operative con posti letto in alcuni contesti altamente inefficienti, aspetti che dovranno necessariamente trovare dei correttivi a livello di singole realtà aziendali. Si evidenzia come, nel definire l’offerta, intesa come la disponibilità di tempo/lavoro effettivamente reso dal personale in servizio, si debbano considerare i dati di presenza media e non teorica, anche a fronte dei diversi istituti e benefici di legge che comportano una sensibile contrazione del monte ore di riferimento. Da ultimo si comprende la necessità di ridefinire lo standard di assistenza sanitaria nelle degenze ospedaliere, anche a seguito della evoluzione del contesto socio- sanitario, che registra una modifica significativa dei bisogni dei pazienti legati alle dinamiche demografiche ed epidemiologiche, dello sviluppo della scienza infermieristica - medica e della tecnologia, del quadro economico di riferimento, dell’evoluzione delle professioni sanitarie e della possibilità di poter opportunamente sperimentare nuovi modelli organizzativi ed assistenziali (in ambito territoriale ed ospedaliero), si ritiene però che la definizione degli standard in ambito sanitario debba avvenire in un quadro complessivo che guardi a tutte le figure del sistema e non solo al personale infermieristico e di supporto, ciò per non perdere di vista gli esiti sul sistema salute e sulla sicurezza del paziente, ricordando che è concreto il rischio che, all’aumento dell’efficienza non corrisponda un aumento dell’ efficacia delle cure e quindi un miglioramento degli esiti ( Rapporto Oecd Heath Data 2013). Per concludere, per le ragioni sovraesposte, quanto definito nel documento “definizione dei valori di riferimento per il personale di assistenza del comparto dedicato alle aree di degenza ospedaliere”, non trova il sostegno da parte della maggioranza dei Collegi IPASVI del Veneto e in particolar modo dal Collegio IPASVI della Provincia di Padova che unanime ha sempre ribadito la volontà di garantire il diritto al cittadino di avere “assistenza infermieristica” valore dettato dal diritto alla salute. Rafforzo che l’assistenza infermieristica non può essere rappresentata da una espressione ragionieristica, ma dalla coniugazione empirica fra il prodotto dell’infermieristica e l’aspettativa che il cittadino ha rispetto al nostro operato. Questo comporta una indispensabile componente etica che non viene richiesta ad altri settori - l’interesse pubblico connesso al nostro legale esercizio, è indirizzato ai diritti fondamentali dei cittadini. Siamo professionisti intellettuali con un’abilità specifica (specifica non generica), fondata su principi indotti dalle scienze insegnati nelle università, che implica sempre la soluzione di un problema sulla base di principi. Siamo ancora molto lontani dal concetto di assistenza e dalla classificazione della complessità assistenziale dei pazienti in base alle dimensioni che caratterizzano l’assistenza, siamo ancora molto lontani dalla valutazione dell'intensità assistenziale di una unità di degenza in rapporto ai bisogni assistenziali dei pazienti siamo lontani dalla possibilità di poterrivedere periodicamente e ciclicamente lo standard in riferimento all’evoluzione dei bisogni delle persone. In questo modo, con una misura del tutto oggettiva, sarebbe possibile vedere giorno per giorno quante volte in un anno gli infermieri di una unità di degenza sono "in affanno", cioè stanno lavorando in modo da non poter dare un'assistenza di qualità, e quante volte invece sono in condizioni ottimali o al di sopra di esse. Inoltre sarebbe possibile definire uno standard da variare in riferimento ai reali bisogni della popolazione e non in riferimento alla media delle ore di presenza del personale. dott. Fabio Castellan Presidente Collegio IPASVI della Provincia di Padova 1. Consiglio internazionale delle infermiere, 2006. 2. L. Saiani et al., 2011.
UDINE. Sindacati sul piede di guerra in relazione alla situazione del personale infermieristico e assistenziale dell’Azienda per i servizi alla persona “La Quiete”.
Maggiori carichi di lavoro a fronte di un numero di dipendenti in progressivo calo e ricambio spinto del personale sono le rivendicazioni principali dei sindacati che chiedono un incontro urgente con il direttore Salvatore Guarneri e con il sindaco Furio Honsell, nel contempo minacciano denunce all’ispettorato del lavoro se non vi sarà un’inversione di rotta. Su tutti, a mobilitarsi è il Nursind che denuncia una “situazione allarmante”.
«Abbiamo più volte segnalato con crescente preoccupazione il quadro dell’assistenza all’interno della struttura – assicura il segretario amministrativo Nursind Afrim Caslli - facendo presente che dal 2009 a oggi il numero degli infermieri in servizio è sceso di 5 unità. Non solo - aggiunge – malattie e maternità non vengono tempestivamente sostituite e questo comporta un ulteriore aggravio. E ciò a fronte di un numero invariato di ospiti: ben 450, di cui 60 in Rsa. Eppure, nonostante le nostre richieste – commenta Caslli - nulla è stato fatto».
Anzi, le rappresentanze sindacali segnalano come da quando tre anni fa l’azienda ha deciso di non prevedere la presenza del medico nella fascia oraria notturna, sono stati gli infermieri a sobbarcarsi il maggiore carico di lavoro che ne è derivato, ricorrendo, nei casi più seri al servizio di continuità o al 118.
«Questa manovra di contenimento dei costi - segnala Caslli - ha consentito all’azienda di accumulare economie per almeno 100 mila euro annui, allora ci chiediamo perché non una parte di quei risparmi sia andata a compensare il superlavoro degli infermieri con incentivi».
I sindacati manifestano inoltre una crescente preoccupazione per l’interesse con il quale l’azienda guarda agli infermieri che operano come liberi professionisti con partita Iva.
Nella struttura lavorano una quarantina di infermieri e un centinaio di operatori, per la gran parte in capo alla fondazione. «La loro situazione è drammatica - sottolinea Caslli - assistiamo a un’allucinante alternanza di persone reclutate per 3-4 mesi attraverso contratti che poi non vengono rinnovati. Forse, così, si ottengono maggiori sgravi fiscali con scelte che producono un risparmio sui costi - osserva – ma questo penalizza anche la qualità del servizio, non deve essere piacevole per gli ospiti vedere continuamente facce nuove, nè è semplice la posizione di chi si trova a operare senza sapere fino a quando potrà continuare e lavorare».
Da qui le istanze del sindacato che chiederà di incentivare il lavoro attraverso l’assunzione di infermieri e operatori e migliori condizioni di lavoro affinchè il personale possa lavorare a ritmi diversi. «Se le cose non cambieranno - avverte Caslli – ci rivolgeremo all’ispettorato del lavoro».
Gentile direttore, leggendo gli articoli di Quotidiano Sanità con costanza ed interesse, ho riscontrato che negli ultimi mesi, alcuni medici rappresentanti dei MMG si sono espressi pubblicamente e negativamente sulle ipotesi al vaglio del governo per "Le competenze avanzate degli infermieri". Al contrario non sono mancati i pareri di rappresentanti sindacali degli infermieri che hanno ribadito la loro posizione a riguardo. Mi permetto di intervenire al dibattito come Infermiere e sulla base della esperienza sul campo e senza pretese di raggiungere consensi di alcun genere . Quanto si evince è al quanto svilente da parte di Rappresentanti della categoria Medica che attribuiscono agli Infermieri la definizione di “piccoli pseudo-Medici” a basso costo, e con competenza insufficiente a sostituire nelle sue mansioni il Medico di Medicina Generale. Ma a me non risulta che nell'ipotesi del documento nessuno abbia mai scritto che gli Infermieri vogliono fare i Medici e nessuno dei rappresentanti della categoria infermieristica (Ipasvi e Sindacati) si è mai permesso di mettere in discussione l'egregio lavoro dei Medici. Altresì però i rappresentanti degli infermieri non possono affermare che la nostra professione sia l'unica a risolvere i problemi del Ssn. Quanto invece dimostra l'evidenza è che mi preme precisare è che di sicuro la professione Infermieristica, è cambiata, come il percorso di studi e come lo stesso ambito delle competenze. Lo stesso decreto 739/94 sulla determinazione del profilo professionale dell’infermiere rappresenta una pietra miliare nel processo di professionalizzazione dell’attività infermieristica. Esso riconosce l’infermiere responsabile dell’assistenza generale infermieristica, precisa la natura dei suoi interventi, gli ambiti operativi, la metodologia del lavoro, le interrelazioni con gli altri operatori, gli ambiti professionali di approfondimento culturale e operativo, le cinque aree della formazione specialistica (sanità pubblica, area pediatrica, salute mentale/psichiatria, geriatria, area critica). Questo è quanto deve interessare gli infermieri nell'esercizio professionale e i Medici nel rapporto di integrazione. Il profilo disegnato dal decreto 739 è quello di un professionista intellettuale, competente, autonomo e responsabile nell'ambito dell'assistenza. Nulla a che vedere con il sacrosanto ruolo del medico, che non ha certo bisogno di precisazioni. Altro fondamentale aspetto da precisare sono i cambiamenti che si sono verificati nella società negli ultimi vent’anni che hanno influenzato i bisogni sanitari aumentando il bisogno di assistenza a livello ambulatoriale e domiciliare (Centers for Disease Control and Prevention [CDC], 2003). L’indice di invecchiamento della popolazione in Italia e? notevolmente aumentato passando dall’8,2 % nel 1951 al 18,7% nel 2001 e al 19,8% nel 2005. Una previsione statistica recente prospetta che tra circa 35 anni gli anziani saranno il 33,6% del totale della popolazione. Con l'aumento degli anziani ci sarà una esponente fragilità per cui I bisogni di assistenza sanitaria di questa componente sono prioritari,complessi e richiedono significativi investimenti, sia professionali che finanziari, da parte delle istituzioni sanitarie in quanto soggetti a malattie multiple e invalidanti. Inoltre, l’aumento di malattie croniche quali ipertensione, che colpisce il 31% della popolazione italiana, mentre il 17% è borderline (Giampaoli et al, 2002), il diabete, l’obesita? e la diminuzione della qualita? della vita (Goulding et al, 2003), stanno determinando un crescente bisogno di servizi di salute territoriali. Inoltre, a livello sociale si sta presentando una situazione complessa: la famiglia che non riesce a far fronte alle esigenze dei propri membri affetti da patologia, molte comunita? che vivono in situazioni di degrado ed emarginazione, contesti che devono fronteggiare, in una generale crisi del “walfare state”, un aumento continuo della domanda assistenziale e della spesa socio-sanitaria (Vale?ry, 2006). L'elevato numero di codici bianchi nei nostri pronto soccorso dimostra come il servizio offerto sul territorio non sia ancora adeguato ed efficiente, fino all’estremo parossismo: il cittadino spesso preferisce aspettare ore al pronto soccorso pur di ricevere una prestazione che, evidentemente, non riesce a trovare altrove. Non solo: il fenomeno delle “riammissioni”, ossia di persone che rientrano piu? volte nella struttura ospedaliera, comprova i buchi sul territorio. A mio parere quello che preoccupa alcuni medici, pochi in realtà, è la paura di perdere il potere dell'immagine Medica ma nessuno degli infermieri vuole questo. Ogni infermiere è chiamato a fare il massimo per garantire le cure mediche insieme a tutti i professionisti. La realtà odierna dimostra che un MMG massimalista non riesce più a gestire i pazienti perchè i bisogni delle famiglie sono cambiati e per questo motivo è necessario che l'integrazione con altre professioni e l'associazione in gruppi sia sempre più intensa e sul territorio si deve puntare all'Infermiere che lavora in Adi (assistenza domiciliare integrata) e in comunità residenziali ove questo ultimo può e deve comunicare e intervenire nelle priorità assistenziali delle famiglie,identificare le criticita?, progettare, gestire ed essere garante di un'articolazione integrata di reti che comprendono interventi domiciliari, semi residenziali e residenziali e favorire la partecipazione del cittadino nella gestione del SSN (vedi Federazione IPASVI, 2012-2013). Per esperienza posso affermare con sicurezza che I problemi delle persone assistite sul territorio sono multidimensionali e richiamano approcci multidisciplinari e multiprofessionali e a volte è difficile definire a priori a quale professione appartengono alcuni risultati. Un sistema sanitario orientato ai migliori esiti dovrebbe costantemente perseguirli e misurarli per capire, successivamente, quale varianza dei risultati dei pazienti sono spiegate dalla quantita? e qualita? del personale coinvolto. Pertanto emergono come priorità lo sviluppo delle competenze del “team di comunità” e, a seguire, la selezione e applicazione di indicatori che documentino gli esiti prodotti. Oggi, esistono problemi di comunicazione e di rapporto con i medici di famiglia e i professionisti sanitari e c’è una carenza di collegamento con gli altri Servizi territoriali e con la struttura ospedaliera nel suo insieme. Di fronte a questi scenari è importante che i sistemi professionali si interroghino facendo chiarezza sui punti fondamentali che sono scaturiti da una consultazione di 24 diversi Paesi internazionali: • Accordo sulla necessita? del ruolo dei professionisti sanitari su come il nuovo ruolo contribuisce all'avanzamento del sistema sanitario; • Sostegno umano e finanziario per standard appropriati di formazione; • Accordo su aspetti inter e intra professionali e chiarezza sulle considerazioni etiche e legali legate al ruolo. Dall'analisi delle esperienze in ogni nazione o contesto, l’infermiere ha adattato la propria pratica alle necessità della comunità e delle famiglie che ne fanno parte, fornendo un servizio flessibile e dinamico in grado di far fronte ai bisogni, diversi da stato a stato, da regione a regione, da comunita? a comunita?. Emerge Che è richiesto un ruolo doppio: di difesa del pubblico ma anche della professione. Questo porterà l'Infermiere a sentirsi a proprio agio, allo stesso livello nella collaborazione confidente con il team multidisciplinare assieme ad altri professionisti della salute. Questo percorso sostenuto dalla motivazione dara? forza, empowerement alla professione e sara? in grado di dimostrare chiaramente il contributo dell’assistenza infermieristica per il sistema sanitario e la società (Thompson, 2003). Certamente, le resistenze al cambiamento e sistemi sanitari burocratici o rigidi possono limitare l'espansione di nuovi ruoli ma le innovazioni necessitano di fiducia e di impegno. Per me, promuovere il ruolo dell’infermiere in famiglia accanto al MMG, può essere determinante per la sostenibilità del SSN, ma il presupposto affinchè possa funzionare è che tale figura sia correttamente compresa, con una chiara visione del ruolo e un chiaro mandato, adeguata formazione post- base e una motivazione personale sostenuta da opportuni meccanismi organizzativi e di riconoscimento professionale e dal supporto di un’adeguata rete di assistenza infermieristica. Per cui Noi Infermieri Per dirlo con le parole di Grossman (2000): “dobbiamo essere preparati per una formazione avanzata, imparare a convivere con le ambiguita? per riuscire a trasformare i problemi in soluzioni”. Allora, cosa si può fare? Occorre mettere in campo la volontà politica di rimuovere gli ostacoli che impediscono il raggiungimento degli obiettivi citati. L'Infermiere non può e non deve più aspettare nascondendosi dietro agli ostacoli di carattere economico, normativo e organizzativo. Mentre i medici a loro volta devono preoccuparsi anche loro su come intervenire nei prossimi scenari. Non saranno di certo le competenze avanzate per gli infermieri a sottrarre i medici dal loro ruolo nel Ssn. Come Infermiere auspico nel fare squadra tra professionisti con ruoli diversi per affrontare al meglio le prossime sfide della Salute sul territorio. Vergine Rocco Infermiere di Modena
Riassunto:SANITÀ. Il sindacato di categoria denuncia i problemi dell´azienda ospedaliera del capoluogo
Infermieri, allarme del Nursind «Già in 400 sono senza lavoro» Franco Pepe Il segretario Gregori attacca l´Ulss: «Relazioni sindacali inesistenti»
03 gennaio 2014 CRONACA, pagina 20
«All´Ulss 6 mancano le relazioni sindacali. In 13 anni non era mai accaduto. Non c´è un titolare e per i 3 mila 600 dipendenti è una grossa carenza. Con Alessandri firmavamo cinque accordi in un anno. Nel 2013 non siamo riusciti a firmarne neppure uno, anche se sul tavolo ne avevamo portati sei. Non si può avere un capo del personale che si occupa saltuariamente di queste cose. Incomprensioni e proposte ferme sono figlie di questa scelta strategica. Non è un caso. C´è una precisa volontà». La denuncia è dura, forte, e arriva dal segretario provinciale del Nursind Andrea Gregori. Sotto accusa un rapporto che non decolla. A essere preso di mira è il direttore amministrativo Roberto Toniolo, al quale il dg Angonese ha affidato anche il compito di dirigere il personale. Secondo il Nursind, il sindacato di categoria largamente maggioritario al San Bortolo con i suoi 700 iscritti su 1462 infermieri, il doppio incarico non funziona, anzi provoca un deleterio immobilismo. L´accusa di Gregori non concede alibi: «Con l´Ulss 6 il dialogo è inesistente. Non è andato avanti neppure l´accordo sulle risorse aggiuntive per pagare gli straordinari ai turnisti. che pure è previsto dal contratto. Angonese pensa ad altro e Toniolo sarà bravo a far quadrare i conti, ma non ha il tempo per interessarsi di rapporti sindacali. Questo spacca anche i sindacati. Non c´è unitarietà, ognuno va in ordine sparso. È uno stallo che ci preoccupa». Per Gregori la latitanza riguarda solo l´Ulss del capoluogo: «C´è stata un´inversione di tendenza. In passato lo scontro avveniva con le Ulss periferiche, mentre il rapporto con Vicenza era agevole. Ora le risposte positive vengono dalle Ulss 3, 4 e 5, mentre l´Ulss 6 sembra più orientata a dividere gli interlocutori, ha assunto una posizione ideologica piuttosto che trovare soluzioni». Il segretario nazionale del Nursind Andrea Bottega porta dati a gittata più vasta sul fronte degli iscritti e della rappresentatività. «Nonostante la crisi del sindacalismo, nel 2013 siamo cresciuti. Oggi in Italia siamo 24 mila, il 10 per cento in più; nel Vicentino 1500, il 5 per cento in più. L´Aran ci annovera fra le sigle ufficiali. Siamo l´unico sindacato di categoria a sedere sui tavoli di contrattazione nazionale, il primo di soli infermieri della sanità italiana, e, come Cgu Cisal, la quarta confederazione del pubblico impiego».
Grossi problemi, invece, per l´occupazione: blocco del turnover, assenza di concorsi, crisi della sanità privata e riforma-Fornero hanno causato il crollo delle assunzioni. Oggi i giovani infermieri che entrano sul mercato non trovano lavoro e sono costretti a fare i precari nelle case di riposo o a riciclarsi come camerieri, commessi, badanti. In provincia, fra chi è a casa o ha rimediato un lavoro di fortuna si contano già 400 persone, e la domanda sempre alta per i corsi universitari andrà ad ingrossare la fila dei disoccupati. Anche qui accuse contro l´Ulss 6 da parte di Bottega e Gregori : «Gravidanze e pensionamenti creano buchi improvvisi da coprire, ma l´Ulss 6 non ha neppure una graduatoria. Per le sostituzioni bisogna ricorrere alle altre Ulss vicentine, a Padova. Si perde tempo, mentre in ospedale si lavora in emergenza». Infine, le dotazioni standard per il fabbisogno dei reparti. «Il timore è che si punti solo a un contenimento dei costi. La carenza di infermieri nelle corsie non mette in condizioni di rispondere ai bisogni della popolazione».
Riassunto:“Non è più possibile assicurare, nel rispetto della sicurezza e della dignità, livelli assistenziali adeguati ai legittimi bisogni dei cittadini”. Questo l’allarme rilanciato da Nursind e Anaao-Assomed dal sit-in organizzato oggi per denunciare una situazione che da tre anni a questa parte sembra avvolgere il nosocomio. Appello a Zingaretti: “Serve un atto di coraggio contro politica di tagli”.
da http://www.quotidianosanita.it/
Infermieri e medici insieme contro il “degrado” che sta avvolgendo uno dei più grandi ospedali della Capitale. “Nel Pronto Soccorso del San Camillo di Roma, e di molti ospedali della Regione Lazio, non è più possibile assicurare, nel rispetto della sicurezza e della dignità, livelli assistenziali adeguati ai legittimi bisogni dei cittadini”, denunciano Nursind e Anaao-Assomed, le Associazioni che rappresentano più di 600 infermieri e medici del nosocomio. Per i lavoratori che oggi si sono riuniti in un sit in di protesta “sono sempre più a rischio la sicurezza degli utenti e degli operatori. Questi ultimi, come dimostrano le recenti aggressioni, sempre più frequentemente ritenuti, da un’utenza esasperata, corresponsabili di una realtà di cui sono invece le prime vittime”. Ma i sindacati denunciano anche una pericolosa deriva che ha visto negli anni scemare l’attenzione verso il disagio continuo della struttura. “Sono passati quasi tre anni dalle prime preoccupanti segnalazioni: 28 giugno 2010 su Repubblica un editoriale di Mario Pirani denuncia i gravissimi disagi dei cittadini che accedono al San Camillo Forlanini di Roma ‘L’estate da terzo mondo degli ospedali italiani’”. E ancora: “1 Luglio 2010 nella cronaca di Roma dei più importanti giornali una notizia “…Al Pronto soccorso del San Camillo Forlanini ci sono 28 persone in attesa di ricovero, alcune da tre giorni…”.
“Nel 2010 – fanno notare ancora i sindacati - alcune persone, 74 secondo i dati dell’azienda, hanno atteso più di tre giorni in barella prima di raggiungere un dignitoso posto letto. Questa nel 2010 era una notizia, quasi da prima pagina. Nel 2012 l’attesa per un posto letto ha superato i tre giorni per 700 cittadini, un numero dieci volte più grande, ma non è più una notizia”. “Ci stiamo forse abituando al degrado? È normale che in un’area prevista per assistere 40 persone siano presenti più di 100 malati? Siamo forse già preparati ad accettare con rassegnazione i dati del 2013 che si prevedono ancora peggiori? E non potrebbero essere migliori vista l’inerzia delle istituzioni e l’assenza da anni di provvedimenti efficaci, aziendali o regionali”, notano con rammarico le associazioni. Ma nonostante lo stallo gli infermieri e i medici del San Camillo “non ci stanno, non girano la testa dall’altra parte, non si abituano al degrado, chiedono che negli ospedali della Regione Lazio siano ripristinate le condizioni perché l’assistenza sia fornita nel rispetto della dignità degli utenti e degli operatori”. I sindacati chiedono quindi al presidente Zingaretti “un atto di coraggio: assegnare le risorse necessarie contestando le scelte di un’ottusa politica sanitaria, imposta dal Governo, che ha finora previsto per tutti gli ospedali della Regione solo tagli di posti letto e di personale”.
La scelta di tagliare posti letto e personale per i sindacati è: irrazionale: in Italia e nel Lazio il rapporto posti letto/1000 abitanti, che si vorrebbe ancora ridurre fino a 3.7, è già molto basso rispetto a tanti paesi europei: Germania 8.3, Austria 7.7, Francia 6.4, Svizzera 4.9; pericolosa: il sovraffollamento aumenta il rischio di eventi avversi e di infezioni ospedaliere; illegittima:“...i criteri di economicità, nel contenimento della spesa sanitaria, non possono prevalere sul diritto alla salute dei cittadini ricoverati negli ospedali ” Cassazione IV sez.penale 8254/2011"; sbagliata: l’assistenza negli ospedali della Regione Lazio è drammaticamente peggiorata in assenza di un significativo risparmio dei costi di gestione aziendali o regionali e la riduzione del deficit si è finora realizzata con il consistente prelievo fiscale a carico dei cittadini
29 DIC - Gentile direttore, vorrei cercare umilmente, da infermiere, di rispondere alle molteplici domande che Ivan Cavicchi si pone nell’articolo pubblicato sul numero di QS del 23 dicembre, riguardante le nuove competenze degli infermieri. Accordo nato male? Non direi proprio, la bozza cui ci si riferisce è un lavoro che va avanti ormai da anni (2011) e ha visto l'istituzione di un tavolo tecnico multi professionale presso Ministero della Salute e Regioni; il documento è stato rivisto e modificato più volte ed ora si è finalmente arrivati, appunto, ad un “accordo”. Non capisco, quindi, da cosa si deduca che era prevedibile un conflitto tra medici e infermieri; forse si dimentica che l'intersindacale non rappresenta la totalità della classe medica, ma solo una parte. Con il testo in oggetto si sta ora cercando, finalmente, di applicare leggi esistenti ormai da anni, si sta tentando di fare quello che, in realtà, andava fatto da tempo e questo non credo possa essere motivo di presunti, o tali, conflitti.
Passiamo alle cosiddette “vie senza uscita”: - Si parla di coevoluzione delle professioni che fanno da interfaccia tra sanità e cittadino-utente, ma si è scelto di far “evolvere” solo una di queste: l'infermiere. Perché? In Italia esistono oltre 30 professioni sanitarie e tecniche e, tra queste, la figura più numerosa e onnipresente in ogni realtà, sia intra sia extra ospedaliera (sale operatorie, pronto soccorsi, unità operative, ADI, RSA, distretti sanitari, ambulatori, ecc ecc…), è l'infermiere, professionista indispensabile nell’attuale contesto storico, e ancor più in quello futuro, caratterizzato dall’aumento dell’età media della popolazione e dal crescente numero di soggetti fragili e/o portatori di malattie cronico-degenerative, contesto inserito in un ambiente in costante e profonda evoluzione scientifica e tecnologica. Questo accordo vuole essere solo il punto di partenza, non quello di arrivo, infatti pochi giorni addietro è stato siglato il documento d'intesa tra radiologi e tecnici di radiologia, riguardante il management dell'erogazione delle prestazioni di diagnostica per immagini, ma a quanto pare ciò non ha dato fastidio a nessuno. Perché? Altre figure professionali già si sono “evolute” (vedi ostetriche) senza creare conflitti, quindi con sommo dispiacere devo affermare che l'infermiere non è stato il “prescelto”.
Mi chiedo poi come si possa affermare “sappiamo tutti come è nata la faccenda: le regioni inventano la questione delle competenze perché pensano di sostituire a costo zero in tutti i modi possibili medici con infermieri per spendere meno”; tutti chi? Come se l’infermiere fosse complice o fesso….! Gli infermieri non vogliono diventare piccoli o pseudo medici, no, no, assolutamente no, vogliono solo che la loro professione abbia il giusto e meritato riconoscimento, nulla più. Una parte della categoria non è ancora pronta a prendersi le proprie responsabilità, immaginiamoci quella degli altri, non ancora si riesce totalmente a scollarsi via di dosso quella vecchia figura ancillare. La differenza tra infermiere e medico è nettissima: il primo si prende cura.....il secondo cura! E’ in ogni caso normale che la multi professionalità possa comportare la condivisione di alcune competenze, senza valicare, ovviamente, quel confine ben definito dell'esclusività professionale.
- Definizione di competenza: non credo sia neanche il caso di stare qui a disquire, ci sono molteplici testi che ne parlano abbondantemente; non è, o almeno non dovrebbe essere, un concetto nuovo, misconosciuto. Posso invece cercare di rispondere a cosa significa ridefinire, implementare e approfondire le fantomatiche competenze; l'infermiere già da anni svolge competenze cosiddette “avanzate” (vedasi il triage infermieristico nei DEA, il dispatch al 118, il see&treat in pronto soccorso, i PICC team) con professionalità e piena consapevolezza delle responsabilità che da queste derivano, senza però il giusto riconoscimento, né professionale né economico. La bozza di accordo vuole essere una presa di coscienza di tutte quelle prestazioni che l’infermiere svolge nel quotidiano, rimanendo sempre e comunque in un cantuccio, all’ombra della categoria medica, che a quanto pare ha paura di perdere lo scettro di “prima donna”.
- Medici e infermieri sono sulla stessa barca ed hanno fondamentalmente gli stessi problemi……sì forse su Marte! I medici hanno bisogno di coevolvere per sopravvivere a contesti di lavoro decisamente ostili……ma dove? Sempre su Marte? Forse sfugge che il medico ricopre più ruoli contemporaneamente, clinico, manager, professional… e tutti sono inquadrati come dirigenti dal primo incarico…..la domanda che sorge spontanea è: ma cosa dirigono? Loro stessi?
I medici sono presenti nelle università (rettori, professori ordinari, associati, ricercatori, ecc ecc…) e nelle direzioni aziendali ricoprendo spesso ruoli apicali. Per gli infermieri le cose sono un pochino differenti: 1. Il professionista infermiere “onnipresente” è cronicamente demansionato, costretto a sopperire alla carenza-assenza degli OSS e di altri operatori, e quindi costretto, per etica e morale, a svolgere mansioni non proprie (rifacimento letti, igiene a letto, barellaggio, trasporto provette, ritiro referti e via dicendo), senza distinzioni di titoli o altro, partendo da chi ha conseguito la laurea triennale per finire con chi ha conseguito il dottorato di ricerca; tutto questo è giusto, vero? Perché non ci si prodica a scrivere articoli su articoli su questa situazione incresciosa che l’infermiere vive giornalmente? Forse sfugge che in altre realtà europee, già da anni ormai, esistono i famigerati infermieri specialisti, addirittura esistono anche gli infermieri prescrittori, i quali operano in piena e totale autonomia, e a quanto pare sono realtà dove la sanità funziona, e pure bene, chissà in questi paesi come definiscono le competenze? Perché è così difficile accettarlo anche in Italia?
2. Nelle università italiane, nonostante lo specifico settore scientifico, il MED. 45, di professori infermieri ce ne sono poco più di 30, per non parlare dei ricercatori..perché? Quale lobby ne ostacola l’aumento di numero?
3. Perché in Italia, a differenza delle realtà europee e mondiali, non viene istituita la facoltà di infermieristica dove il personale docente sia in maggioranza formato da infermieri?
4. Perché in Italia i medici sono tutti dirigenti, anche il neo assunto, mentre di infermieri dirigenti ce ne sono pochissimi nonostante la legge 251 esiste dal 2000? Nella mia regione, l’Abruzzo, ne esiste uno solo su più di 5000 infermieri, statisticamente peggio della canzone di Morandi...uno su mille ce la fa!
5. La paga media di un infermiere laureato, con tutte le responsabilità penali e civili connesse, è di 1400/1500 euro mensili, con possibilità di crescita economica, oltreché professionale, pressoché pari allo zero!
Se volessimo fare un paragone, verrebbe da dire che la categoria medica è su una portaerei mentre la categoria infermieristica è su una barchetta sgarrupata che si tiene a mala pena a galla! Per concludere, vanno benissimo il confronto, il democratico intervento ed anche le eventuali critiche; sarebbe auspicabile, però, approfondire prima gli argomenti che si vogliono trattare, cercando di conoscere tutte le sfaccettature che compongono l’intero universo della professione infermieristica. Gli infermieri chiedono solo ed esclusivamente il giusto rispetto e il giusto riconoscimento all’interno di una società ancorata ai vecchi stereotipi del pappagallo da svuotare e delle piaghe da decubito da medicare, nulla di più. Dott. Andrea Liberatore
la norma di cui alla L. 5 febbraio 1992, n. 104, art. 33, comma 5, sul diritto del genitore o familiare lavoratore "che assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato" di scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio, è applicabile non solo all'inizio del rapporto di lavoro mediante la scelta della sede ove viene svolta l'attività lavorativa, ma anche nel corso del rapporto mediante domanda di trasferimento.
La ratio della norma è infatti quella di favorire l'assistenza al parente o affine portatore di handicap, ed è irrilevante, a tal fine, se tale esigenza sorga nel corso del rapporto o sia presente all'epoca dell'inizio del rapporto stesso. La norma in esame pone quale condizione per il godimento del diritto da essa previsto, oltre allo stato di handicappato del parente o affine da assistere, la continuità dell'assistenza.
Cassazione Civile – Sez. Lavoro; Sent. n. 28320 del 18.12.2013
omissis
Svolgimento del processo
Con sentenza del 24 ottobre 2008 la Corte d'appello di Campobasso, in riforma della sentenza del Tribunale di Campobasso del 18 gennaio 2007, ha dichiarato il diritto di C.N. , dipendente del Ministero della Giustizia con funzioni di cancelliere in servizio presso l'ufficio del Giudice di Pace di T. dal 2001, al trasferimento, ai sensi dell'art. 33 della legge n. 104 del 1992 per assistenza alla madre, al Tribunale di Melfi ovvero di una delle altri sedi da lui richieste in via subordinata. La Corte territoriale ha motivato tale pronuncia ritenendo l'applicabilità del citato art. 33, comma 5 della legge n. 104 del 1992 non solo in sede di scelta della sede di lavoro al momento dell'assunzione, ma anche nel corso del rapporto di lavoro mediante domanda di trasferimento. La stessa Corte molisana ha pure ritenuto provata la continuità nell'assistenza della madre invalida da parte del dipendente istante, interpretando tale requisito in senso relativo senza la necessità della quotidianità e della convivenza.
Il Ministero della Giustizia propone ricorso per cassazione avverso tale pronuncia affidato ad un unico motivo.
Resiste il C. con controricorso.
Motivi della decisione
Con l'unico motivo si lamenta violazione e falsa applicazione dell'art. 33, comma 5 della legge n. 104 del 1992, con riferimento all'art. 360, n. 3 cod. proc. civ.. In particolare si deduce che, pur ammettendo la possibilità di applicazione della norma anche al caso di trasferimento e non solo di prima assegnazione, il diritto a tale trasferimento per assistere il familiare disabile esisterebbe solo se ed in quanto l'assistenza a quest'ultimo sia in atto al momento dell'istanza di trasferimento.
Il motivo è infondato. Va affermato in questa sede il principio di diritto per cui la norma di cui alla L. 5 febbraio 1992, n. 104, art. 33, comma 5, sul diritto del genitore o familiare lavoratore "che assista con continuità un parente o un affine entro il terzo grado handicappato" di scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio, è applicabile non solo all'inizio del rapporto di lavoro mediante la scelta della sede ove viene svolta l'attività lavorativa, ma anche nel corso del rapporto mediante domanda di trasferimento. La ratio della norma è infatti quella di favorire l'assistenza al parente o affine handicappato, ed è irrilevante, a tal fine, se tale esigenza sorga nel corso del rapporto o sia presente all'epoca dell'inizio del rapporto stesso. La norma in esame pone quale condizione per il godimento del diritto da essa previsto, oltre allo stato di handicappato del parente o affine da assistere, la continuità dell'assistenza. Trattasi di circostanze di fatto il cui accertamento è riservato al giudice del merito che, nel caso in esame, ha compiutamente considerato la circostanza motivando adeguatamente sul punto. La giurisprudenza citata dal Ministero ricorrente non è pertinente, in quanto si riferisce al caso in cui la convivenza sia stata interrotta per effetto dell'assegnazione della sede lavorativa ed il familiare tenda successivamente a ripristinarla attraverso il trasferimento in una sede vicina al domicilio dell'handicappato; nel caso in esame, viceversa, non è in questione la convivenza, che lo stesso ricorrente afferma non costituire più requisito per il godimento del diritto in questione a seguito delle modifiche apportate dalla legge n. 53 del 2000, ma la continuità nell'assistenza, circostanza di fatto il cui accertamento è, come detto, riservata al giudice del merito che ha ampiamente motivato sul punto con l'indicazione di elementi probatori certamente adeguati e sufficienti.
Le spese di giudizio, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.
P.Q.M.
La Corte di Cassazione rigetta il ricorso;
Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 2.500,00 per compensi professionali oltre accessori di legge.
In vista del tavolo tecnico del prossimo 7 gennaio sulle competenze avanzate e in seguito ai numerosi dibattiti delle settimane scorse sul tema, interviene il segretario nazionale del NurSind, Andrea Bottega, con una lettera al Quotidiano Sanità che pubblichiamo in anteprima.
Carissimo direttore,
mi permetto di prendere la parola, pur in contraddizione con me stesso e con la prima parte del mio intervento, per alcune considerazioni sul tema delle competenze avanzate infermieristiche sperando di non perpetuare il dibattito ma di mostrane alcuni aspetti che, a mio parere, lo rendono fuorviante.
L’aver spinto la discussione interna alle professioni sanitarie dai luoghi istituzionali ai luoghi pubblici (convegni e quotidiani on line o settimanali) non per fini divulgativi o per raccogliere fattivi contributi ma strumentali alle istituzioni che ciascuno degli attori rappresenta, ritengo non giovi al bene comune dei professionisti e dei cittadini. Il confronto ha modi e luoghi dove si può esprimere e può essere produttivo. Ce lo insegna il recente accordo ministeriale dell’area radiologica.
Come Nursind non abbiamo direttamente contribuito alla stesura del documento sulle competenze avanzate infermieristiche perché non ancora presenti al tavolo ma già allora avevamo preso una posizione critica verso un documento che rimandava il problema delle competenze ad altri documenti e lasciava molte situazioni in sospeso. Avevamo – e l’abbiamo tutt’ora – la consapevolezza che non sarebbe stato quel documento a cambiare le cose che non vanno nell’organizzazione dei servizi sanitari dove agli infermieri è chiesto saltuariamente di fare i tecnici di laboratorio nell’utilizzo dei Point of Care Testing (in sostituzione dei tecnici nei piccoli ospedali); di fare i tecnici di radiologia nelle sale operatorie e nelle emodinamiche (alla faccia della denuncia ai tecnici di Lucca per avere fatto le radiografie senza la presenza del medico); di sostituire gli amministrativi quando sono in ferie per compilare moduli per il pagamento ticket o registrare prestazioni o prenotare visite; di sostituire gli operatori nella distribuzione del vitto, nel rifacimento del letto, nel trasporto delle salme; di correre dietro ai medici perché si sono dimenticati di aggiornare la terapia o di visionare un referto o di prescrivere un esame o di visitare un malato. Tutte queste situazioni non trovano soluzione in quel documento e allora continuiamo a fare cause per demansionamento dove mancano le figure di supporto mentre dall’altra parte continuiamo a chiedere ai direttori sanitari e ai giudici del lavoro di non gravarci delle mansioni svolte fino a poco prima da altre figure sanitarie.
Un documento che, oltre a non chiarire nulla (perché così si vuole), illude tutti gli infermieri dicendo loro che potranno avanzare (verso dove? visto che l’esercizio professionale è legato all’organizzazione e a chi ne detiene le redini: regioni, aziende, direttori di dipartimento) se studieranno ancora in università un altro anno a proprie spese. Intanto in corsia di infermieri se ne vedono sempre meno – colpa del blocco del turn over, dei piani di rientro e degli standard assistenziali di prossima emanazione – e per le “strade” sempre più (ormai ai concorsi pubblici si presentano in migliaia, le cooperative li sfruttano e i liberi professionisti si trovano con un mercato bruciato da tariffe non degne di un professionista).
Il dibattito sulle competenze avanzate ha dunque, a mio parere, un che di stucchevole di fronte alla disoccupazione infermieristica giovanile, l’usura di chi lavora e la carenza delle dotazioni organiche. Questi sono i problemi di cui dovremmo preoccuparci e occuparci perché sono determinanti per la qualità dell’assistenza infermieristica oggi. Le competenze avanzate così come in-definite dal documento vedranno la luce, forse, tra non meno di 5 anni e oggi servono a coprire gli ambiti di una discussione sull’infermieristica più ideologica che pragmatica.
Per tale motivo sono convinto che nell’incontro fissato per il 7 gennaio presso il ministero della salute, al di là delle posizioni di dovere, si troverà un accordo.
Infine, mi sia consentito un piccolo appunto a quei medici che si sono sentiti in dovere di rendere chiara la loro posizione contro qualsiasi sconfinamento dentro il limite dell’ “atto medico”: ciò che gli infermieri hanno tolto ai medici nel tempo non sono state le competenze tecniche-procedurali ma la relazione umana dell’abitare presso l’essere per sondarne e comprenderne le debolezze, i limiti, le paure, le ansie per sostenerne il peso del dolore, della perdita, della sconfitta o della gioia nella guarigione. Quel rapporto di fiducia e di condivisione è sempre più ad appannaggio degli infermieri ed è la forza che rende visibile le competenze infermieristiche agli occhi dei cittadini che per primi e per ultimi ci incontrano quando hanno bisogno. Gli infermieri, in questo sistema, non solo sono la necessaria condizione di possibilità perché tutto il processo di cura si realizzi ma sono anche quelli più presenti e vicini al malato.
Questo spazio presso le persone, accessibile attraverso i gesti tipici del clinico, i ritmi e le cadenze di un percorso clinico volto a indagare le cause prime del male partendo proprio dal vissuto soggettivo, il ruolo di confidente offerto nell’intimità dell’ascolto dei problemi, … un tempo era parte dell’atto medico e ve l’abbiamo pian piano rubato senza alcuna alzata di scudi perché oggi non avete più tempo. L’onnipresenza organizzativa ha eroso il tempo dello spazio clinico che vi poneva in contatto con l’essere della persona.
Queste competenze relazionali e gestionali dei percorsi clinco-assitenziali hanno avanzato la professione infermieristica verso l’ascolto dei bisogni dei cittadini e la loro soluzione. In questo le competenze ce le siamo costruite nella prassi quotidiana e, nonostante l’alto numero dei medici in Italia, la medicina ci ha lasciato immensi spazi e luoghi perché distratta da altro.
Tuttavia, sono certo, che per questo sconfinamento i medici non denunceranno nessun infermiere.
Pochi giorni orsono la Segreteria Regionale della Liguria ha avuto la gradita sorpresa di essere stata convocata dall'Assessorato Regionale Sanità nella persona dell'Assessore C. Montaldo per il 23 dicembre nel pomeriggio.
L'incontro è durato circa una quarantina di minuti dove abbiamo avuto la possibilità di presentare ed illustrare le finalità della nostra Organizzazione Sindacale.
Vogliamo ricordare che l'Assessore Montaldo è anche Presidente del Comitato di Settore Comparto Regioni – Sanità della Conferenza delle Regioni e Province Autonome e ci ha confermato la sua precisa volontà di accelerare al massimo la tempistica che porti in ARAN l'apertura della discussione almeno sulla parte normativa del prossimo contratto Sanità e ci ha mostrato appena firmate le lettere che invitavano NurSind agli incontri del prossimo gennaio a Roma.
E' stata preoccupazione dell'Assessore C. Montaldo attivare la propria segreteria in modo da poter garantire il passaggio di informazioni e le convocazioni del NurSind a livello regionale.
Inoltre, in caso di avvenimenti sociali della nostra organizzazione, l'Assessore si è reso disponibile per intervenire a riunioni e/o simposi.
Come Segreteria Regionale non possiamo altro che esprimere la nostra soddisfazione nel vedere ripagato il lavoro di quest'anno fatto sia a livello regionale che provinciale per far conoscere la nostra realtà sindacale che sicuramente porterà nel 2014 ad una crescita della realtà ligure.